Torniamo a parlare di prodotti distribuiti ‘alla spina’. Con l’intervento di alcune importanti associazioni di categoria italiane.

Di Irene Galimberti

“Il dibattito è aperto”, abbiamo scritto in conclusione di un articolo che trattava della sostenibilità dei prodotti sfusi in grande distribuzione (leggi qui). Ed è davvero così. In questi giorni abbiamo infatti raccolto le posizioni di alcune importanti associazioni di categoria in Italia, che hanno voluto portare il proprio contributo sull’argomento.

“I temi della sostenibilità vengono troppo spesso trattati in maniera parziale”, ci spiegano gli esperti di Assocasa. E’ il caso, ad esempio, di chi si ferma a demonizzare la plastica, senza considerare tutti i vantaggi e i benefici che ha significato per la società. “Invece è sempre necessario ricorrere a un approccio scientifico a 360 gradi”. Questo genere di metodo è proprio il cavallo di battaglia di Assocasa. Nel 2008 l’associazione – di fronte al boom registrato dalla detergenza sfusa (sia nel normal trade sia nella Gd) e di fronte ai numerosi incentivi delle amministrazioni comunali in favore di questa modalità distributiva – ha commissionato uno studio per confrontare i benefici ambientali delle due distribuzioni sulla base della Lca (Life Cycle Assessment). Ne era emerso che, analizzando l’intero ciclo di vita dei prodotti, non esistesse una risposta univoca. Sono molte infatti le combinazioni tra le tipologie dei flaconi (per massa, materiale, % di riciclo) e le pratiche gestionali (per imballaggio secondario e fine vita). In generale si è notato come, in media, il sistema refill necessita di almeno 5-10 riutilizzi per essere vantaggioso.

“Si tratta di concetti validi tutt’oggi, per questo non ci siamo detti contro o in favore dello sfuso. Il nostro sforzo è quello di fornire gli strumenti per far sì che le aziende intraprendano la strada migliore per rispettare l’ambiente, sulla base dell’analisi Lca”. La scelta dello sfuso, infatti, è solo una delle tante possibilità. Ma il settore, secondo Assocasa, sta facendo grandi sforzi in più direzioni: “La sgrammatura dei flaconi; la maggior concentrazione delle formule per impiegare 50 ml di prodotto contro i 120 usati anni fa; l’utilizzo di plastica riciclata; la realizzazione di refill in doypack per il 75% in meno di plastica”. Tornando al tema sfuso, gli esperti dell’Associazione sottolineano che ci sono altri aspetti da considerare: “Il rispetto delle norme, della corretta etichettatura, il rischio di miscele e travasi (pericolosissimi in questo comparto), oltre al rischio di incidenti domestici (vedi chi riempie le bottiglie d’acqua con detersivi sfusi che poi vengono ingeriti)”.

Anche Cosmetica Italia sottolinea il proprio impegno: “Un percorso di crescita a cui non restano estranee le imprese del settore cosmetico: una filiera inevitabilmente coinvolta, in ogni suo singolo ingranaggio, nella sfida verso la sostenibilità”. Gli attori del comparto, spiega l’Associazione con un commento, “non limitano più le pratiche legate alla sostenibilità ambientale a un singolo fattore o a una specifica linea di prodotto, ma stanno sempre più permeando tutte le fasi del ciclo di vita del cosmetico, dalla progettazione allo smaltimento finale. In questo contesto si colloca la riflessione attorno alla disponibilità di cartucce ricaricabili o alla pratica del riempimento sul luogo di vendita dei prodotti cosmetici”. Tutti gli sforzi devono quindi tendere a minori impatti ambientali, rispettando però sempre “il principio che anima la normativa europea”, specifica Cosmetica Italia, “sicurezza del prodotto e salute del consumatore”.

Infine, Donatella Prampolini, presidente Fida e vicepresidente Confcommercio, si è espressa sull’argomento con una posizione critica: “La prima difficoltà sarebbe di carattere logistico: occorrerebbe modificare gli spazi aperti al pubblico, nonché i magazzini”. Bisogna considerare inoltre “l’oggettiva impossibilità di avere un assortimento sufficientemente profondo”, come richiesto dal consumatore di oggi, oltre alle “grosse perplessità sui controlli della qualità e della salubrità della merce. Pensare a una norma (quella francese, ndr) che obblighi a fare parecchi passi indietro è davvero insensato”, aggiunge il presidente Fipe.

Resta un’ultima, doverosa, considerazione. Gran parte della sostenibilità dei prodotti è in mano ai consumatori. Che con le proprie scelte, abitudini d’acquisto e comportamenti (soprattutto nella fase di smaltimento dei rifiuti) possono davvero fare la differenza.

 

In foto: una postazione di detersivi sfusi in un punto vendita Migros della Svizzera (leggi qui)