Stretta contro l’e-commerce cinese: Bruxelles punta a frenare il boom delle spedizioni low-cost da Temu e Shein. Nel frattempo l’Italia applica un contributo fisso di due euro sugli acquisti extra-comunitari.
Eleonora Davi
L’Unione europea cambia le regole del gioco per le spedizioni provenienti dai paesi extra-Ue. L’Ecofin – il Consiglio in cui si incontrano i ministri dell’Economia e delle finanze degli Stati membri – ha dato il via libera all’abolizione dell’esenzione dai dazi doganali per le spedizioni di valore inferiore ai 150 euro, i cosiddetti ‘mini pacchi’, oggi uno dei canali principali del boom dell’e-commerce cinese. Una decisione che, nelle intenzioni del Consiglio, punta a frenare una concorrenza ritenuta sleale e a riportare equilibrio nel commercio al dettaglio europeo. Il provvedimento, infatti, prende di mira soprattutto i pacchi provenienti da colossi come Temu e Shein, principali responsabili dell’impennata delle spedizioni a basso costo. Le dimensioni del fenomeno sono state delineate dai numeri forniti da Bruxelles: nel 2024 sono entrati nell’Ue 4,6 miliardi di articoli del valore inferiore ai 150 euro. Di questi, ben il 91% proveniva dalla Cina. Secondo il commissario europeo Valdis Dombrovskis, l’abolizione dell’esenzione è “una risposta al drastico aumento del volume di merci vendute online e spedite direttamente ai clienti nell’Ue da paesi terzi. L’imposizione di dazi doganali su tali spedizioni rappresenta un passo importante per garantire parità di condizioni per le imprese europee, e rafforzare ulteriormente la nostra unione doganale”.
“Si tratta di una misura in linea con la discussione sulla concorrenza sleale, oltre che un passo fondamentale per gestire al meglio l’aumento dei piccoli pacchi, in particolare provenienti dalla Cina”, ha sottolineato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Soddisfazione anche da parte del ministro dell’Economia italiano, Giancarlo Giorgetti, secondo il quale il fenomeno “sta distruggendo il commercio al dettaglio”.
In attesa di una riforma dell’unione doganale, che punta a introdurre un sistema di tassazione più coerente con le tipologie di merci importate, a metà dicembre l’Ecofin ha stabilito che, a partire dall’1° luglio 2026, in tutta l’Ue verrà applicato un dazio fisso di tre euro sulle spedizioni di valore dichiarato fino a 150 euro provenienti da Paesi extra-Ue. Parallelamente, la Legge di Bilancio 2026 ha introdotto una tassa di due euro per ciascuna spedizione di modico valore proveniente da Paesi terzi. Misura che però non configura un dazio doganale in senso stretto, ma un contributo destinato alla copertura delle spese amministrative connesse agli adempimenti di controllo e sdoganamento. La soglia non è casuale: nel diritto doganale europeo i 150 euro segnano il confine tra le spedizioni soggette a dichiarazione completa e quelle che accedono a procedure semplificate. Proprio sotto questo limite si è sviluppata una zona grigia, fatta di milioni di piccoli pacchi transitati con controlli ridotti, perché il sistema non era stato progettato per questo tipo di spedizioni.
Una circolare dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli chiarisce che il contributo serve a rafforzare i controlli e a rendere sostenibile la gestione del traffico e-commerce. Formalmente viene pagato dal dichiarante – in genere corrieri, operatori postali o intermediari logistici – ma nella pratica il costo è destinato a essere trasferito lungo la filiera fino al consumatore finale, come voce separata o incorporata nel prezzo. La circolare specifica inoltre che il contributo si applica a ogni singola spedizione e non al singolo ordine, colpendo direttamente la logica della frammentazione su cui si regge l’e-commerce ‘ultra low cost’.
La coesistenza tra il contributo nazionale e il dazio europeo solleva però una questione di sovrapposizione. Se la politica relativa alle dogane rientra nelle competenze dell’Unione europea, il contributo italiano è qualificato come misura amministrativa interna. La distinzione è rilevante dal punto di vista giuridico, ma sul piano pratico non fa che andare a pesare sugli stessi flussi di importazione.